
Lo strofinaccio serve a riconoscere, tra tanti, il proprio tegame quando si va a riprenderlo dal maestro del fuoco.
Si prepara amorevolmente a casa la teglia con timballo di maccheroni o pasta e patate o una focaccia... si avvolge nello strofinaccio facendo un bel nodo in alto, lasciando spuntare le cifre ricamate in rosso, e poi si porta al forno, questo rarissimo posto che, in luoghi inaspettati e incredibili,
esiste ancora.
In tempi antichi passava “il ragazzo” con la bicicletta e facendo l’equilibrista con una tavola di legno ben posizionata sulla spalla, portava e riportava alle donne una teglia di qua e un’altra di là, lasciando per strada una scia odorosa... ma andandoci in macchina, il fornaio ci annuncia l’ora in cui sarà pronta la cottura e, dopo le dovute segnalazioni gli si consegna il tegame avvolto nello strofinaccio.
D’estate questo rito prosegue con la mattinata al mare finchè, giunta l’ora concordata con il fornaio, con il costume ancora bagnato e i capelli salati, si torna a ritirare il tegame e si ritrova pronto, fumante, riconoscibile in mezzo agli altri perchè ben avvolto nel proprio strofinaccio come un blasone nobiliare, l’anello di famiglia, un marchio della stirpe... però scotta terribilmente!
L’odore invade l’abitacolo dell’auto e mentre si guida verso casa, l’acquolina sale in gola.
Per tutto il giorno, in macchina, ci sarà un profumo inconfondibile.
Mia mamma si ricorda di Nicola il fornaio, che urlava il suo arrivo, e non gradiva aspettare nessuno. Le donne, andate in confusione, correvano ad avvolgere nello strofinaccio le teglie nere che gli consegnavano timorose, offrendogli un bicchiere di vino rosso che veniva consumato subito, in bilico sulla bicicletta. Invece alla cosegna della teglia pronta, una bottiglia di vino come pagamento.
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